Back to Magic nasce da una domanda che, secondo me, accompagna moltissimi adulti spesso senza che riescano a rendersene conto. Da bambini non abbiamo bisogno di credere nella magia. Ci viviamo dentro. Poi arrivano gli anni, le responsabilità, le delusioni, e iniziamo a convincerci che per crescere bisogna lasciarsi alle spalle la parte più bella (e vera) di noi. Quella capace di sognare e rendere possibile tutto ciò che ancora non c’è. La parte che riesce a riconoscere e vivere la meraviglia all’interno della vita di tutti i giorni. È un trauma che ho vissuto anche io, ed è proprio da quella ferita che ho iniziato a scrivere una storia su quello che succede dentro di noi quando smettiamo di riconoscere la magia nella vita reale e sulla possibilità di tornare a viverla. Da quella sensazione è nato tutto… e pensandoci bene, Babbo Natale, in modo profondamente ingiusto, è una delle prime “vittime” durante quel passaggio di crescita.
È scritto per entrambi. I ragazzi vivono un'avventura. Gli adulti, spesso senza accorgersene, iniziano a leggere di sé. Mi piace pensare che due persone della stessa famiglia possano chiudere il libro con emozioni diverse e, proprio per questo, parlarne insieme. Le storie più belle ti seguono in ogni età della vita coccolando il bambino che sta dentro ogni adulto e il futuro che sta dentro ogni bambino.
Il Natale per me è il punto di ritrovo e partenza. L’ultimo vero momento nella vita reale in cui quasi tutti ricordiamo, senza che nessuno debba spiegarcelo, che la meraviglia è esistita davvero. Perché il Natale è uno dei pochi linguaggi universali che ancora condividiamo, seppure per pochi giorni all’anno. Tutti, indipendentemente dalla cultura o dall'età, conservano almeno un ricordo, una gioia, una delusione o una speranza legata a quel periodo. Ma il Natale, per me, non è il tema. È il linguaggio attraverso il quale posso parlare della memoria, dei rapporti, del tempo che passa, dell'amore, delle persone che non ci sono più e della possibilità di ricominciare… ogni giorno.
Significa che la magia non è l'opposto della realtà. È il modo in cui scegliamo di guardarla. Da piccoli ci viene naturale meravigliarci. Da adulti continuiamo ad avere quella possibilità, ma dobbiamo sceglierla consapevolmente. Non significa ignorare problemi e responsabilità. Significa attraversarli senza rinunciare alla capacità di vedere ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Luca è l'adulto che, crescendo, ha confuso il disincanto con la maturità. È uno scrittore, ma avrebbe potuto essere chiunque. La sua ferita da bimbo non è essersi convinto che Babbo Natale e la magia non esistano. La sua ferita è aver interpretato quel momento come un tradimento. Da quell’istante Luca ha cominciato a diffidare di tutto ciò che non poteva controllare o dimostrare razionalmente. Molti adulti diventano cinici per protezione. Luca vive proprio quel passaggio: il momento in cui una difesa costruita per non soffrire finisce per impedirci anche di sentire. Il suo viaggio non consiste nel tornare a comprendere che maturità e meraviglia non devono necessariamente escludersi. In tanti si riconosceranno in lui, non perché abbiano necessariamente vissuto la sua storia, ma perché, con il passare degli anni, hanno provato quella sensazione di guardarsi intorno smarriti e chiedersi, anche solo per un istante: “Davvero la vita adulta è tutta qui?”. Ai bambini invece Luca farà tenerezza, diranno: “poverino… ha smesso di capire”. Un pò come chi non riesce a vedere il boa che ha mangiato un elefante, scambiando quel disegno per un cappello.
Giovanni è il tipo di adulto che insegna ai bambini ad attraversare la realtà senza perdere ciò che hanno di più prezioso. Non è un uomo che usa le storie per mentire. Tutt’altro: comprende il valore dei simboli e sa che una storia può custodire una verità fino a quando siamo pronti a riconoscerla. Racconta per aiutare le persone a tornare nella vita reale con occhi diversi.
Sì. Ma non nel modo in cui molti sono abituati a sentirne parlare. Ed è lì che, secondo me, abita la parte più interessante della storia. Non posso svelare troppo, posso solo dire che, arrivato all'ultima pagina, il lettore non si farà più la stessa domanda su Babbo Natale. Back to Magic racchiude rivelazioni potenti anche sul posto che Babbo Natale può avere nella vita reale di adulti e bambini, senza illusioni né bugie. È la prima volta che mi sento di dire con convinzione che molti adulti, arrivati all'ultima pagina, penseranno con emozione: “Caspita... posso crederci per davvero”.
Quando un libro è buono, parla di te. E più che lasciarti messaggi, ti indica nuove prospettive e luoghi dove guardare. Da quello sguardo, più che messaggi, nascono in ognuno di noi domande molto interessanti. Se però dovessi scegliere una sola frase, sarebbe questa: Crescere non dovrebbe mai significare diventare incapaci di leggerezza e di meravigliarsi.
Se il romanzo riuscisse anche solo a far nascere questa riflessione, sentirei di aver raggiunto il mio obiettivo.
Il rapporto è quasi l'opposto di quello che si immagina. Molte proprietà intellettuali nascono da un libro e diventano poi un luogo tematizzato. Nel mio caso è successo il contrario. Per anni migliaia di famiglie hanno vissuto un’esperienza in un luogo, incontrato personaggi, ascoltato storie e canzoni. Back to Magic è la porta narrativa attraverso cui quel mondo diventa comprensibile anche a chi non lo ha mai visto. È il romanzo che spiega perché il Regno di Babbo Natale esiste e quali domande umane lo hanno fatto nascere.
Londra è una città che appartiene ormai all'immaginario collettivo internazionale. È il luogo dove convivono Peter Pan, Paddington, Sherlock Holmes, Harry Potter... storie che hanno superato i confini del Paese in cui sono nate per diventare patrimonio di tutti. L'Italia, invece, rappresenta l'origine del viaggio. Le radici.
Ma Back to Magic non appartiene né all'Italia né all'Inghilterra. Appartiene a qualcosa di molto più antico: quegli archetipi che ogni cultura ha raccontato con simboli diversi. Ogni popolo ha trovato un modo per parlare della perdita, della speranza, del passaggio all'età adulta e della possibilità di ricominciare. Io ho semplicemente scelto il linguaggio del Natale.
Perché volevo che la meraviglia accadesse dentro la realtà, non fuori da essa. La Round Reading Room del British Museum, la statua di Peter Pan nei Kensington Gardens, le strade e le case di Londra sono luoghi reali e visitabili, come tante altre cose nel romanzo che il lettore si divertirà a scovare. Mi interessava mostrare che non è sempre necessario fuggire in un altro mondo per incontrare la magia. A volte il mondo in cui viviamo ne è già pieno, ma abbiamo smesso di riconoscerla.
Credo che ogni autore, se scrive qualcosa di vero, finisca inevitabilmente per raccontare le proprie ferite. La differenza è che una ferita personale diventa letteratura solo quando smette di parlare dell'autore e comincia a parlare del lettore. Ho vissuto anch'io il momento in cui ho pensato che crescere significasse dover lasciare indietro qualcosa che per me era essenziale. E credo che molti adulti abbiano vissuto quella sensazione.
Perché gli scrittori hanno un compito davvero curioso. Inventano mondi per gli altri ma, a volte, rischiano di perdere il contatto con il proprio. Luca è uno scrittore proprio perché rappresenta tutti noi quando diventiamo bravissimi a spiegare la vita in generale… ma a livello personale le impediamo di tornare sorprenderci.
Forse questa: in cosa hai smesso di credere per proteggerti? E sei sicuro che ti stia proteggendo davvero? Crescendo, proprio come Luca, impariamo a difenderci dalle delusioni. Abbassiamo le aspettative, diffidiamo di ciò che non possiamo controllare e chiamiamo realismo quella che, qualche volta, è soltanto paura di essere feriti ancora. Ma le difese non fanno distinzioni: possono proteggerci dal dolore e, nello stesso tempo, separarci dalla gioia, dallo stupore e dalla possibilità di desiderare.
Back to Magic chiede al lettore adulto se fosse davvero necessario chiudere tutte le porte che ha chiuso per proteggersi.
Mi piacerebbe che fosse un libro capace di accompagnare le persone in stagioni diverse della loro vita. Che un ragazzo possa leggerlo come un'avventura. Che un adulto possa ritrovarci domande nuove. E che, magari, un giorno quel ragazzo lo regali ai propri figli e amici, dicendo semplicemente: "Leggilo. Ti farà bene”.
Direi che è una storia che prova a ricordarci che si può crescere senza perdere la meraviglia che ci rende completi.